La mattina seguente, Giulian arrivò alla grande casa. Lo vidi entrare nella nostra stanza, ma la sua immagine mi apparve
sfuocata, poiché Ross si era avventato contro di me, facendomi cadere gli occhiali. Ross faceva sempre così: ogni scusa era
buona per saltarmi addosso e sovrastarmi, fino a farmi mancare il respiro. Anche la madre di Ross, allarmata dalle nostre grida,
raggiunse la stanza e rimproverò duramente il figlio: «Rossano smettila! Alzati immediatamente e lascialo stare!»
Giulian, che aveva ereditato il fisico lungo del padre e gli occhi color cioccolato, vispi e sognanti, della madre,
rimase per alcuni secondi immobile e poi si buttò su di noi per dividerci. «Vittorio, raccogli gli occhiali e saluta i
tuoi amici perché dobbiamo andare!» mi disse strizzando un occhio in segno di intesa. Poi si rivolse a Clara e la abbracciò,
contento di rivederla. Io e Clara indossammo i nostri giacconi e salutammo velocemente Pietro, che ci venne incontro sulla porta
d'ingresso, sorridendoci e muovendo la mano in un caloroso saluto. Ross, col viso ancora rosso dalla rabbia, scalpitava fra le
braccia di sua madre e mi guardava minaccioso.
«Dove andiamo?» chiedemmo in coro io e Clara, saltellando per stare dietro al lungo passo di Giulian. «Andiamo in città:
vi porto a mangiare nel vostro locale preferito!» disse Giulian voltandosi verso di noi con fare divertito. Io e Clara ci
scambiammo uno sguardo dubbioso, perché vedevamo sfumare il nostro progetto: che cosa avremmo potuto inventarci per farci portare
dalla fata? Salimmo sulla macchina di Giulian, una vecchia station wagon color verde scuro, e partimmo per la città.
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